Essere violenti con gli indifesi

«Qui comando io, sono il re e voi gli schiavi», queste le parole rivolte, secondo un articolo apparso qualche giorno fa, da Gabriele Bianchi ad altri detenuti del carcere di Rebibbia. Si tratta, ricorderete, di uno dei due fratelli esperti in arti marziali condannati per l’uccisione del giovane capoverdiano Willy Monteiro nel corso di una micidiale aggressione a Colleferro, in provincia di Roma, la notte tra il 5 e il 6 settembre del 2020. Secondo l’articolo, uno dei “gemelli” – così erano chiamati i due fratelli, ancorché nati in anni diversi – avrebbe bullizzato e preso di mira un anziano detenuto, ultrasettantenne.

In sua difesa la compagna e madre di suo figlio che smentisce categoricamente la sua condotta minacciosa e violenta nei riguardi di altri detenuti. Secondo la donna, il suo compagno si sta laureando in Scienze della Comunicazione e lavora in carcere, cose, secondo lei, che non sarebbero state possibili se avesse tenuto la condotta che gli è stata attribuita. Insomma, “Gabriele non è quel mostro che hanno deciso che è e che continuano a descrivere”, chiosa la donna.

Certo, non abbiamo elementi per stabilire come stanno realmente le cose. C’è da dire, però, che, se i comportamenti prepotenti descritti rispondessero a verità, non ci sarebbe nulla di cui meravigliarsi, in quanto coerenti con la personalità emersa nel corso del procedimento penale. Un percorso di prepotenza e aggressività, quello che sembra accompagnare i fratelli Bianchi, che trova quale elemento comune la violenza a danno di soggetti indifesi o fragili. Il giovane ed esile Willy, massacrato dal branco, impotente contro tale inaudita violenza; gli animali oggetto di uccisione violenta, secondo l’accusa, da parte dell’altro fratello, Marco, il quale è imputato nel processo che si sta celebrando al Tribunale di Velletri; ora l’anziano detenuto. Questa sembra essere la loro forza: essere violenti con gli indifesi. Soggetti che hanno dimostrato ampiamente la loro personalità aggressiva e che non si fa fatica a ritenere incapaci di provare qualsiasi forma di empatia.

Comprendiamo le ragioni della compagna di Gabriele Bianchi, ma se bastasse studiare e lavorare per non essere violenti, il mondo sarebbe immensamente più pulito e sicuro, ma, ahinoi, non è così. 

 

Ciro Troiano