Cambiare si può

Bordeaux è una bellissima città francese, piena di parchi e giardini, la mobilità è garantita da metro di superfice e filobus elettrici a basso impatto ambientale, il centro è pedonale per quasi 5 (cinque) chilometri ed è la città più green di Francia, tanto da diventare un modello di ecosostenibilità. Bordeaux era una città che – all’inizio degli anni ‘90 del secolo scorso – era conosciuta esclusivamente per la produzione e la vendita dei vini, i docks lungo il fiume Garonne erano abbandonati e pericolosi, pieni di rifiuti e sciami di immigrati nordafricani, la vivibilità della città era ai minimi storici e fra le ultime di Francia.

Poi, accadde ciò che (forse) in Italia non accadrà mai: venne eletto un sindaco “illuminato” che, anziché appiattirsi sugli stereotipi amministrativi di una gestione anonima, chiamò architetti ingegneri e urbanisti per trasformare la “città sporca e cattiva” in un nuovo modello di sostenibilità; in meno di due decenni Bordeaux è stata totalmente trasformata: i docks sono diventati ciclabili e promenade sul fiume, con bar ristoranti pub e negozi di ogni tipo; è stato realizzato il Museo del Vino ed hanno aperto locali ed attività di altissima gamma, come il ristorante dello chef stellato Gordon Ramsey in pieno centro. La città si è trasformata ed i cittadini si sono trasformati anche loro, curando la pulizia e creando nuove attività, diventando un polo attrattivo per tutta la Francia e l’Europa. Caso isolato? Non direi.

In fondo alla penisola arabica, intorno agli anni ’50 del secolo scorso, esistevano sette tribù beduine nomadi, che iniziarono a divenire stanziali, suddividendosi i territori a sud dell’Arabia Saudita, iniziando una trasformazione sociale e politica, sotto una specie di tutela da parte della Gran Bretagna che forniva scambi commerciali e legislativi; in pochi anni gli sceicchi delle singole tribù decisero di cambiare la struttura del loro modo di vivere e, pur in forma patriarcale, avviarono un rinnovamento che – negli anni sessanta e settanta del novecento – ha portato ad una Costituzione ed uno Stato para-federale, gli Emirati Arabi Uniti. Alle prime costruzioni abitative di metà del secolo scorso, si sono poi aggiunte strade, ospedali, scuole e centri residenziali; con scelte di strategia innovative e marketing globale, gli sceicchi hanno dato vita ad un polo attrattivo per la finanza internazionale, facendo di Dubai una capitale mondiale dell’economia. Una visione dello sceicco – oggi settantaduenne – che ha fatto si che Dubai crescesse in verticale e nel mare, con i grattacieli più alti del mondo e centri residenziali su isole artificiali, i mall (centri commerciali) più grandi dell’intero pianeta ed un benessere diffuso fra gli emiratini (i cittadini nativi e unici con diritto “naturale” di cittadinanza) i quali hanno enormi benefit dallo Stato, dall’energia gratuita alla certezza del lavoro e della casa. Ma anche gli stranieri non se la passano certo male: una tassazione fissa del 5% costi bassi per l’energia e stipendi alti per le attività professionali più ricercate (consulenti finanziari, operatori di marketing e di immagine, scienziati, ricercatori, costruttori e via dicendo), garantendo (però) un buon tenore di vita anche agli immigrati che svolgono le mansioni più umili. Scuole ed ospedali privati, assicurazioni obbligatorie; zero criminalità, rispetto per tutte le religioni, anche se l’unica vera religione è il lavoro.

Ebbene, due esempi a livello mondiale – il primo una città e il secondo una intera nazione – di come una “visione” illuminata possa cambiare le sorti di luoghi tanto lontani, quanto simili per difficoltà storiche o territoriali.

Il Bel Paese, invece, nonostante il richiamo “naturale” derivante dalle bellezze storiche, architettoniche e paesaggistiche viene sempre più utilizzato dal turismo “usa e getta”, mancano strategie nazionali e locali di attrattività economica e finanziaria per imprese anche solo virtuali e la burocrazia soffoca chiunque abbia l’insana idea di proporre una attività imprenditoriale. Il Popolo si educa, ormai è acclarato, e lasciando da parte le ideologie più o meno vetero marxiane, appare chiaro che manchino innanzi tutto gli insegnanti, cioè coloro che devono avere una strategia evolutiva per il “sistema Paese”, non potendosi più attendere oltre: siamo una nazione in declino di natalità, con alto debito pubblico, servizi ormai ridotti all’essenziale, i grandi complessi produttivi svenduti ad aziende estere, rapporto deficit/PIL troppo alto.

A livello locale il decentramento non ha portato i vantaggi sperati e l’autonomia differenziata produrrà ulteriori contrapposizioni fra aree arretrate del Paese ed aree più avanzate, le zone franche si sono già rivelate dei bluff e tutto lascia pensare che l’elefantiaco sistema burocratico finirà per diventare l’ennesimo “buco nero”.

Unica possibilità di sopravvivenza è rilanciare una economia più snella ed attrattiva per gli investitori interni ed esterni, con una bassa tassazione ed un sistema previdenziale parzialmente privatizzato, una giustizia celere con certezza della pena, anche a rischio di essere meno garantisti; infine, un sistema bancario aperto e realmente concorrenziale, impedendo operazioni di “cartello” fra operatori finanziari.

Una visione moderna dello Stato, non invasivo e propositivo. L’alternativa è finire ad orbitare intorno a qualche sistema economico di stile franco-tedesco (vedi la nascita dell’Euro) od orientale (cinese/indiano), stante l’impossibilità degli Stati Uniti (ma soprattutto la volontà della maggior parte degli americani) di rimanere a fare il “cane da guardia” del sistema occidentale, in tutti i suoi aspetti: politici, militari ed economici

Rocco Suma