La buca per mondi lontanissimi

Giorni fa ho spedito un plico ad un amico di Palermo. Chissà da quando tempo era, mi sono chiesto, che non spedivo qualcosa di personale. E in effetti, triste a dirlo, non mi ricordo quando ho spedito l’ultima lettera privata. Anni sicuramente, forse qualche decennio. Ora viaggiano solo email, WhatsApp e allegati. Allegati che non fanno legami; un dire senza comunicare, privo di orizzonti, come dolore silente in una notte priva di stelle…

Giunto alla buca delle lettere, ho rivisto una cara e vecchia amica. Era invecchiata, trascurata, prigioniera di annunci e adesivi che la costringono come catene. Sola, impolverata, misera. Il suo colore rosso, nei tempi andati brillante e acceso, ora è opaco, ingrigito, spento.  Scomparse anche le porticine metalliche che una volta indicavano a sinistra “per la città” e a destra “per tutte le altre destinazioni”. Destinazioni: parola che coniuga mete e destini…

Le sue aperture, occhi che aprivano sul mondo, ora sono un vortice di nero, inquietante rappresentazione del nulla. Istintivamente ho pensato al “nulla che avanza” del profetico Michael Ende, e un muto timore si è fatto strada in me.

Povera cara buca! Una volta congiungevi dimensioni lontane; portale spaziotemporale tra realtà separate, mistica fessura per mondi lontanissimi.  Come ti hanno ridotta!

Custode di infiniti segreti, passioni cogenti, dolori inenarrabili, speranze mai sopite e mai realizzate, di sogni e desideri intimamente protetti. Ogni volta che accoglievi una lettera, una cartolina nel tuo ventre si generava un immediato legame con l’altro, viatico per la trepidante attesa: quale sarà la reazione? Cosa penserà? E in questo trastullo cullavamo la nostra essenza. Un contatto epistolare che diventava spirituale.

Com’è stato possibile tutto questo? Quando e come è avvenuto questo cambio di prospettiva: il trionfo dell’effimero, del virtuale sul calore e profumo della carta?

Ogni lettera era un’opera d’arte, testimonianza profonda di noi stessi, che conteneva parte di noi. Non solo la grafia, messaggera del nostro essere, ma tutto parlava di chi l’aveva scritta. La busta scelta, il colore della carta, dell’inchiostro usato. Avere tra le mani una lettera che prima era stata in altre mani, creava un legame profondo, riuniva due corpi. Tra i gesti più frequenti fatti quando arrivava: stringerla al cuore o baciarla. Una comunicazione che diventava carnale.

I ricordi sono più taglienti delle lame di basalto e si scivola più su di essi che su un sentiero sdrucciolevole di montagna… ed è anche grazie a te, cara buca, vecchia e cenerina amica, se non mi lasceranno mai.

Ciro Troiano