Onde convenne legge per fren porre. Il sommo poeta docet

Esiste una reale correlazione fra il Diritto e la Giustizia? Esiste una possibilità di coniugare il Diritto Positivo con il Diritto Naturale? E, soprattutto, lo Stato che quel Diritto crea e distrugge diviene realmente affidabile per il Cittadino?

Domande non nate da discussioni accademiche fra cultori del Diritto, fra specialisti di un settore ai più sconosciuto, ma che pervade la vita di tutti noi; piaccia o non piaccia, l’esistenza di regole ne comporta il rispetto e la conoscenza, anche quando quelle regole non sono comunemente accettate e sembrano più una forma di prevaricazione che non di tutela da parte dello Stato.

L’Italia – avevo studiato al liceo classico – era ritenuta, quale erede culturale del diritto romano, culla e patria del diritto. La frequentazione della aule di giustizia mi ha, però, risvegliato dal sogno patetico giovanile: l’Italia, ovvero l’insieme di persone e apparati burocratici che la governano, è nemica dei diritti, anche i più evidenti e fondamentali, forse per ultradecennale disattenzione politica oppure – e sarebbe più grave – per indolenza o trascuratezza della cosa pubblica.

Eppure già nella Divina Commedia, il Sommo Poeta pone una serie di problemi in chiave giuridica: quale sia il concetto di pena e se vi prevalga il momento della retribuzione o quello della espiazione; se, rileggendo il poema sub specie giuridica, si possa cogliere una sostanziale coincidenza del sistema punitivo dantesco con le norme del Corpus Iuris Civili di Giustiniano; come si coniughi la legge del contrappasso con la logica medioevale della vendetta; come si collochi, nell’alternativa tra sistema inquisitorio e sistema accusatorio, la posizione di Minosse che non giudica ma punisce; nella logica dell’art. 595 cod. pen., oggi Dante potrebbe essere addirittura accusato di diffamazione, tanto più che talora ha condannato anche soggetti ancora in vita. (cit da Nicolò Lipari)

L’occasione di queste riflessioni è data da una recentissima sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo su una questione che è stata a lungo oggetto di attenzione nei media e poi – come spesso avviene – caduta nel dimenticatoio: la posizione di Bruno Contrada; chi è costui? : Bruno Contrada (Napoli, 2 settembre 1931) è un ex funzionario, agente segreto ed ex poliziotto italiano; è stato dirigente generale della Polizia di Stato, numero tre del Sisde, capo della Mobile di Palermo, e capo della sezione siciliana della Criminalpol. Condannato a 10 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa in via definitiva nel 2007, il 7 luglio 2017 la sentenza è stata dichiarata dalla stessa Corte di Cassazione “ineseguibile e improduttiva di effetti penali”, dando seguito alla sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che aveva condannato l’Italia in quanto prima del 1994, quando la suprema Corte si espresse a sezioni riunite, il reato “era poco chiaro“.(fonte WikiMafia), (sostanzialmente non vi era una norma di riferimento, ma una elaborazione giurisprudenziale, ndr).

La Corte Europea dei Diritti Umani, però, ha dovuto nuovamente affrontare la vicenda processuale di Contrada e, con una sentenza di pochi giorni fa, censura l’Italia rilevando che la legge italiana non offre garanzie adeguate ed effettive contro gli abusi nei confronti degli individui sottoposti a misura di intercettazione, ma che, poiché non sono indiziati né imputati della commissione di un reato, non sono parti nel procedimento. Sempre la Cedu osserva che per i malcapitati non è possibile rivolgersi all’autorità giudiziaria per un effettivo controllo della liceità e della necessità della misura e ottenere un risarcimento adeguato. In sostanza, si condanna un istituto che, così come di fatto applicato dall’Autorità giudiziaria, rappresenta la forma più inquietante dell’autoritarismo statale. Un principio reazionario che è l’opposto di quello liberale e garantito dalla nostra Costituzione. (cfr Il Dubbio 23/05/2024).

Quindi si torna all’ennesima discussione sulla liceità delle intercettazioni, poiché sull’utilità non vi sono dubbi. La Corte Europea sottolinea come non sia giuridicamente corretto utilizzare le intercettazioni rilevate durante le indagini, verso un soggetto che non è indagato, poiché vengono violati tutti i principi di riservatezza dello Stato di Diritto.

La continuità di sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che condannano l’Italia, travalica le appartenenze politiche di destra o di sinistra (anche se, paradossalmente, le questioni si sono ripetutamente susseguite proprio durante i Governi di sinistra), rappresentando una difficoltà a legiferare secondo i principi della Convenzione e, quindi, di Diritto Naturale del nostro Paese, pur in presenza di un testo “sacro” come la Costituzione.

La ricerca di scorciatoie investigative divenuta prassi e non eccezione hanno caratterizzato gli ultimi decenni giustizialisti di certa parte politica, che ha (apparentemente) tratto benefici in termini di consensi popolari, salvo (poi) non intervenire in maniera inequivoca sulla legislazione giudiziaria.

Quanto è costato al Paese questa inattività concettuale? centinaia di migliaia di euro, se non milioni, in spese di giustizia (intercettazioni, processi, spese legali, ingiuste detenzioni e così via), oltre alla considerazione a livello internazionale sulle violazioni dei Diritti Umani in un Paese europeo, che dovrebbe essere all’avanguardia. Sul sito di un Paese alleato come gli Stati Uniti, si legge (rapporto 2022): Le problematiche rilevanti in materia di diritti umani includono denunce credibili di: violenze o minacce di violenze contro giornalisti; leggi contro la diffamazione che prevedono pene fino a tre anni di carcere; negazione del diritto d’asilo; reati, violenze o minacce di violenze con motivazioni antisemite; reati che includono violenze o minacce di violenze contro membri di gruppi nazionali, razziali ed etnici minoritari e contro persone lesbiche, omosessuali, bisessuali, transgender, queer o intersesso; sfruttamento della manodopera.

Basta tutto questo a spronare chi oggi governa a “darsi una mossa”?

Rocco Suma