Movida di sangue. In memoria di tutti i Marco giovani vittime di violenza nelle movide

Ovviamente in questo breve scritto, che vuol’essere una prudente analisi del sanguinoso fenomeno delle risse, a volte mortali, tra giovani nelle notti brave dei fine settimana, specie nelle grosse capitali, non è sotto accusa la cosiddetta movida in sé, ma è innegabile che la sua particolare atmosfera tenebrosa e desolata risvegli parecchie pulsioni represse, diventando l’humus per molteplici trasgressioni, più o meno violente e cruente. Molto dipende dalla qualità e quantità delle pulsioni represse del giovane nottambulo, ma anche dalla quantità dei cosiddetti fumi dell’alcool e/o di altre sostanze psicotrope e/o stupefacenti che raggiungono il suo cervello.

  Per trattare lo spinoso tema contenuto nel titolo e sottotitolo di questo pezzo, lasciando a voi lettori il compito di valutarne la reale dimensione, magari attraverso l’analisi della cronaca in merito, io mi avvalgo della breve narrazione d’un cruento episodio avvenuto in Sicilia tra la notte del venerdì 16 e prima dell’alba del sabato 17 giugno di quasi sette anni fa, nella quale un giovane coraggioso di nome Marco Vinci perse la vita nei pressi d’un locale della movida per mano assassina. A giorni sarà il settimo anniversario della sua scomparsa e, purtroppo, per la famiglia sarà anche la settima dolorosa annualità di qualcosa che nessuna famiglia vorrebbe mai dover rievocare.

Ad ogni modo, per delicatezza ho chiesto ad essa l’autorizzazione a pubblicare il ricordo del loro caro, proprio per l’universalità della vicenda occorsagli, ma soprattutto dei meccanismi psicologi, sociologici e culturali ivi coinvolti. Autorizzazione prontamente concessami dal fratello Fabio tramite un messaggio su Messenger. Dunque, comincio a narrare la triste vicenda qui sotto.       

«Il giovane canicattinese Marco Vinci era nato a Caltanissetta il 20 gennaio del 1995 e risiedeva a Canicattì, in provincia di Agrigento. Dopo essersi diplomato ragioniere all’Istituto Tecnico Galileo Galilei, aveva cominciato a lavorare per un breve periodo in un call center, ma poi, nell’attesa di un lavoro più stabile, era andato a lavorare con il padre in campagna. Marco fisicamente era un bel giovane, alto, robusto, occhi azzurri e capelli castano chiari. Caratterialmente era solare, altruista e amante della natura e degli animali. Fin da piccolo era protettivo nei confronti del fratello minore e dei compagni più deboli e non tollerava la prepotenza. Aveva ventidue anni quando nella notte tra il 16 e il 17 giugno del 2017 venne vigliaccamente assassinato con alcune coltellate all’addome da un individuo bellicoso, già conosciuto dalle Forze dell’Ordine, che conosce solo le ragioni della violenza, della prevaricazione e della vendetta spicciola. Quella sera Marco Vinci aveva “soltanto” difeso un’amica, un’insegnante di 38 anni, dalle avances niente affatto galanti di questo abietto individuo. Anzi, l’avverbio “soltanto” non rende affatto giustizia al gesto altruistico di Marco, in una società diventata indifferente nei confronti dei bisogni e della sofferenza altrui. Quello di Marco è stato invece un gesto straordinario, addirittura eroico laddove compiere il proprio dovere di essere umano si è trasformato da molto tempo ormai in un’azione rara, in una peculiarità di pochi individui eccezionali e perciò eroici. Dunque Marco ha senz’altro compiuto un atto eroico in una società abituata a girarsi dall’altra parte. Un atto nobile che però gli è costato la sua giovane vita.

  Infatti, quell’individuo, l’antieroe per eccellenza, mosso da un malinteso senso dell’onore e da un iperbolico concetto di sé e perciò profondamente offeso nel suo orgoglio di uomo abituato a prevaricare impunemente, ha visto in Marco Vinci colui che aveva osato sfidarlo di fronte a tutti e fatto precipitare dal piedistallo su cui arbitrariamente si era collocato e sul quale si collocano tutti coloro che sanno usare un solo linguaggio: quello del branco e della violenza. Un’offesa che andava lavata con il sangue, secondo il presunto “codice d’onore” di questa genia basato essenzialmente sulla capacità preventiva di incutere paura, la quale è il terreno fertile su cui proliferano la sottomissione e l’omertà. L’atto di “ribellione” di Marco poteva costituire un pericoloso precedente per la tenuta di tale perverso meccanismo psicologico istintivo e, in quanto tale, comprensibile ai più. Cosicché l’antieroe, sentendosi ignominiosamente sconfitto e privo del sostegno del branco, furente e mosso da un cieco spirito vendicativo, con lucida premeditazione va a procurarsi un coltello nell’illusorio tentativo di risalire agli occhi degli altri sul trono dal quale era stato ingloriosamente destituito. Marco, purtroppo, non immaginando tanta viltà, stavolta non poté difendere nemmeno se stesso dalla furia vendicativa e omicida dell’uomo a cui aveva fatto abbassare la cresta con l’autorevolezza e la nobiltà del coraggio.

  Per tutto ciò l’estremo sacrificio di Marco Vinci non può liquidarsi come la conseguenza tragica di una banale lite fra ragazzi, e né tanto meno come causata da futili motivi, come di questi tempi si apprende spesso, purtroppo, dai fatti di cronaca. Questo tragico evento invece, per gli universali risvolti psicologici, sociologici, culturali, di pubblica sicurezza e finanche politici che esso rappresenta per la società in generale, merita un’approfondita indagine sociologica e psicologica per addivenire a una comune azione preventiva, ancor prima che repressiva, del fenomeno. In esso, intanto c’è l’arcaica volontà maschilista di considerare la donna come un oggetto che gli appartiene o che comunque a tale volontà deve sempre piegarsi. Un’insana volontà di possesso che è alla base di tante violenze domestiche che troppo spesso culminano nei femminicidi. Poi ci sono la presunzione e l’arroganza tipica degli ambienti malavitosi o a questi semplicemente ispirati o contigui, nei quali esaltare la forza fisica e la violenza con aneddoti e pure con la pratica, è esercizio quotidiano, allenamento mentale, che porta simili cultori dell’illegalità a considerare i loro perversi pensieri e stati d’animo iperbolicamente pieni dei loro sé, come gli strumenti più idonei per procacciarsi una giustizia o una riparazione ad un torto subìto, vero o presunto che sia, per loro appagante ma del tutto sommaria e “fai da te”.

  Un desiderio di giustizia a senso unico però, dove il torto subìto è una gravissima offesa alla loro presunta grandezza e competenza sociale (qui è l’assoluta ignoranza culturale e la totale inconsapevolezza dei loro sé a muoverli), ma quello provocato ad altri è giusto, dovuto e utile per soddisfare quel perverso sentimento della vendetta riparatrice nei confronti dei loro presunti inferiori sociali; offesa dunque da lavare senz’altro col sangue di questi inferiori presunti colpevoli. Tutto ciò dimostra tutta l’arroganza e la presunzione che caratterizza chi si forma e vive in un contesto istintivo di violenza e sopraffazione, la cui perversa visione gli suggerisce la malsana idea secondo la quale è necessario prevaricare per non essere prevaricato. La loro è una mentalità malandrina, braveggiante e semi-mafiosa che, per quanto frutto di ignoranza e inconsapevolezza di sé, funziona da sempre, perché spaventa e sottomette chi è disposto a piegarsi alla semplice minaccia, anche e soprattutto culturale, del ricorso alla violenza senza doverla necessariamente usare. Anzi, quando questi bravi sono costretti ad usarla, per loro è una sconfitta, giacché non ha funzionato quella paura preventiva capace di bloccare molte persone. Completo la narrazione informando che questi concetti si trovano approfonditi nel saggio da me pubblicato nel 2006, intitolato “La mafia, la Sicilia e Leonardo Sciascia”».

  Riallacciandomi all’altro tragico problema, quello sui femminicidi, posso dire che, non essendovi nessuna distinzione geografica e di ceto, giacché possiamo constatare tutti che le violenze domestiche e i femminicidi, purtroppo, riguardano trasversalmente ogni luogo e ogni classe sociale, unire le forze istituzionali, associative e di volontariato e reperire le risorse necessarie per escogitare una valida strategia universale che prevenga e/o reprima questo tipo di violenza codarda, è quanto mai vitale e doveroso. Come lo è, ovviamente, urgente e opportuno, prevenire e debellare il triste fenomeno dell’esercizio della violenza e del ricorso alle risse nelle “movide” e non solo, tra giovani di solito provenienti da un’estrazione sociale problematica se non criminale.

 

Angelo Lo Verme