Libertà di stampa. Tra diritti e limitazioni

“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta a autorizzazioni o censure”. Così l’articolo 21 della Costituzione italiana.

Eppure, dall’ultimo rapporto di Report senza frontiere (RSF), l’organizzazione no-profit non governativa a difesa della libertà di informazione e stampa, emerge che l’Italia ha perso cinque posizioni passando dal 41° al 46° posto della classifica generale dei paesi per libertà di stampa.

Sono diversi i parametri in base ai quali viene valutato il grado di libertà di stampa di un paese.

A partire dal livello di indipendenza dei media pubblici passando per le violazioni della libera circolazione delle informazioni. Dal pluralismo all’autocensura. E considerando la legislazione incluse le sanzioni per i reati a mezzo stampa, emerge che il diritto tutelato dall’articolo 21 sia messo in pericolo proprio da chi dovrebbe tutelarlo: l’autorità politica.

E se è vero che la reclusione sia evento raro per i reati di penna in Italia, è altrettanto vero che il controllo dei governi sull’informazione, soprattutto quella diffusa con i media digitali, è aumentato esponenzialmente.

Per quanto democratico sia un paese, il pericolo di censura è sempre in agguato. È un fatto vecchio come il mondo. La censura.

In Italia c’è una storia da raccontare in merito. Ma in questa sede si ricordano l’indice dei libri proibiti, l’Inquisizione. Solo per citare due degli istituti di censura e limitazione di libertà di espressione esistiti nel belpaese.

È sempre stata una questione di potere la libertà di informazione. Cambiano le autorità, restano le limitazioni. Se prima era il mondo ecclesiastico a censurare o espurgare i testi, oggi probabilmente è il mondo laico a indirizzare la direzione verso cui andare.

C’è chi parla di processo di orbanizzazione in Italia, dal nome del primo ministro ungherese Viktor Orban noto per aver monopolizzato il sistema informativo del paese in cui governa e “accusato” di aver messo a tacere diversi media privati.

Ma prima di fare paragoni e chiamare in causa altri paesi, servirebbe cercare e trovare le cause di questa deriva della libertà di informazione tutta italiana a partire dall’interno.

Comprendere la forza che dall’interno spinge ad attuare, o meno, politiche poco inclusive soprattutto quando queste riguardano le minoranze.

Se per un italiano doc è difficile fare informazione, figurarsi per coloro che si identificano con la cosiddetta seconda generazione.

Il tema è ampio e complesso, non si possono dare soluzioni. E non si può individuare una sola causa quando si tratta un fenomeno.

L’invito è sempre quello di fare la propria parte e di essere critici nei confronti di qualsiasi argomento e di “non accontentarsi mai della prima versione della storia” (Il vaso di pandoro-Selvaggia Lucarelli).

Lucia Ricchitelli