C’era una volta Anton Ego

Ratatouille è un film di animazione della Disney il cui protagonista è Remy, un topolino dall’olfatto e dal gusto particolarmente sviluppati. Remy, in virtù delle sue speciali doti, diventa cuoco e si imbatte più volte nella figura del critico gastronomico, primo tra tutti Anton Ego. Ad un certo punto della storia, il topolino sostiene quanto la professione del critico sia facile: si rischia molto poco, approfittando del grande potere posseduto su coloro i quali, più o meno volontariamente, sottopongono il proprio lavoro all’altrui esame. Spesso, continua il topolino, i critici prosperano grazie alle recensioni negative, che risultano uno spasso da scrivere e da leggere. Ma la grande verità è che anche l’opera più mediocre ha molta più anima del giudizio di un critico che tale la definisce. Quante cose si possono imparare dai film per bambini!

 In effetti accade che, in un periodo in cui la grande editoria si sta trasformando in una fabbrica di merce venduta in base a mere strategie consumistiche a totale discapito della bontà letteraria (un esempio? La saga delle sfumature di ogni colore, adesso riveduta e corretta dal punto di vista di lui, Grey), il critico letterario si diverta a trinciare con giudizi epidermici e negativi i nuovi talenti, le nuove leve. Nulla di nuovo sotto questo cielo, certamente, se si ricordano le parole di Giovenale: “la critica è indulgente con i corvi e si accanisce sulle colombe”.

 Quanti critici a cosiddetta “ritenuta d’acconto” esistono?

“Tu mi paghi e io parlo bene del tuo libro”, in un gioco perverso di scambio di favori e denaro in perfetto stile italico. E accade che testi che nemmeno uscirebbero dalla tipografia se esistesse la figura del critico letterario obiettivo, sincero, onesto, barricadero, maieutico, vendono milioni di copie in barba (baffi e peli superflui compresi) a bontà, qualità letteraria e culturale in senso lato di altri autori meno fortunati economicamente e sostenuti da una invisibile rete sociale fatta di giuste conoscenze…

 Quindi, la domanda è legittima: ha ancora senso la critica letteraria se poi è sufficiente qualche bella paginona sui quotidiani, la sviolinata televisiva nel salotto della barbarella nazionale o il patrocinio di qualche tronista fresco fresco per vendere pure la peggiore nefandezza in forma di libro?

 La cultura autentica e fruttuosa è messa al bando a favore dell’economia di mercato. E questo rappresenta un voltaspalle alla letteratura talentuosa, asfissiata dalla letteratura da hard-discount. È il pubblico a sancire il successo di un’opera, ma è anche vero che il pubblico, nella sua gran parte, è stato messo nelle condizioni di non possedere più adeguati mezzi intellettuali valutativi, è stato lobotomizzato, ed è più facilmente manipolabile. Ecco, quindi, che si ripropone come necessaria la figura del critico letterario, che non deve svolgere la funzione di “consigli per gli acquisti”, ma che deve accogliere delicatamente e con grande rispetto l’arrivo di nuovi prodotti letterari autentici, frutto di ricerca, di lavoro, di sudore, di gomiti escoriati, di occhi rossi, di studi matti e disperati, L’esito dell’incontro tra critico e nuovo romanzo sarà la recensione, basata su un grande assunto: dietro il lavoro letterario vi è il talento.

Già Francesco de Sanctis operava un distinguo tra due tipi di critica:

1) la critica letteraria propriamente detta, ovvero giudizio e critica di libri passati alla storia e che sono stati dati alle stampe da ormai diverso tempo;

2) la critica “pedante”, che è quella che giudica le nuove opere letterarie, i nuovi libri arrivati in libreria.

In merito a questo secondo tipo di critica, Luigi Settembrini a sua volta operava una seconda diversificazione:

1) l’una che si ingegna nello scorgere i difetti, veri o presunti che siano;

2) l’altra che si impegna a rivelar la bellezza.

Naturalmente sarebbe più auspicabile la seconda, perché nasce dall’amore per la lettura, mentre il primo tipo, sotto colore di cercare la verità, distrugge tutto, lasciando l’anima sterile. Ci si riferisce alla critica spesso biliosa, che sputa sentenze, verità retoriche, invidie mal celate, asti personali… e che non è mai stata capace di rivelare un grande scrittore ai suoi primi passi, salvo poi prostituirsi in vomitevoli salamelecchi quando lo scrittore conquista la gloria ufficiale.

 La critica letteraria dovrebbe valorizzare un testo, portarne alla luce il bello.

Resta il fatto che, tanto per citare ancora una volta il de Sanctis, vale il monito: “non ti arrabbiare per la critica. Valorizza il fatto che qualcuno abbia notato quello che hai fatto”.

Mariella Medea Sivo