Storie vere di ordinaria follia
Tutti noi viviamo per lo più di percezione, molto meno di realtà. La matematica quantistica ce l’ha spiegato, ma quasi tutti noi non l’abbiamo capito. Anzi, questa spiegazione ci offende perché la riteniamo riduttiva delle nostre identità. Ad esempio, gli italiani hanno una percezione di sé “buonista”, un popolo ridanciano di bonaccioni accoglienti; le immagini da “Mulino Bianco” hanno avuto successo come quelli della tavolata tra amici con spaghetti e vino rosso.
La recente “pandemia” ha incrinato un po’ questa narrazione; ci siamo trovati in schieramenti opposti, Guelfi e Ghibellini che lanciavano (ancora oggi) anatemi e accuse diffamatorie. Poco importa se erano provocate a bella posta da propagande manipolatrici o idealiste, fatto sta che proprio così buono il popolo italiano non è apparso, tanto da sorprendere persino gli anglosassoni, che sono stati i probabili provocatori di questa situazione, parlando di esperimento sociale fuori controllo.
Ma la dimostrazione che non siamo poi così tanto bonaccioni viene da molto prima: dalla pessima accoglienza dei nostri militari sopravvissuti alla drammatica ritirata dopo la delittuosa campagna in Russia della Seconda Guerra Mondiale, alla ghettizzazione e persecuzione dei nostri poveri connazionali immigrati istriani.
Ma dei fatti ancora più atroci (se mai possibile) mi hanno sconvolto nella recente storia: episodi ancora oggi ricorrenti che mi disgustano fino alla nausea e che mi lasciano senza una risposta plausibile, accettabile: il traffico delle adozioni illecite dei figli delle famiglie del nostro popolo ci riporta a tempi passati che vengono offuscati dalla nebbia della memoria selettiva, quella che non ci fa ricordare le cose dolorose.
Io purtroppo sono fatto “male” e preferisco ricordare e “torcere la lama nella ferita” dei ricordi perché fanno parte della storia, del nostro passato e della nostra identità; quella “cosa” che ogni giorno si tenta di cancellare e di mistificare ma che fa parte di noi, della nostra cultura e che ci dovrebbe insegnare a stare meglio al mondo.
Mia madre fu abbandonata dai suoi genitori, i miei nonni, che non si sposarono e allora, a quei tempi, nel 1934, non era ammissibile: pena l’esclusione a vita della donna dalla società patriarcale di allora. L’uomo poteva sbagliare, la donna no.
Mia madre fu abbandonata alla Ruota degli Esposti, anche detta dei Proietti, un cilindro cavo di legno che tutelava la “privacy” di chi abbandonava il proprio figlio all’istituto della Maternità della sua città. Quelle che oggi chiameremmo una “Casa Famiglia” o “Casa di Accoglienza”.
Raggiunta l’età di 5 anni fu data in “comodato” d’uso (gratuito?) a una famiglia di contadini e allevatori in Appennino a fare la pastorella, con un pasto al giorno, inverno e estate, con lo stesso paio di zoccoli di legno fatti dal papà di Gianni Morandi a Monghidoro, in solitudine, a volte anche per giorni, ma con la compagnia delle pecore e… guai se ne perdeva una o moriva.
Passò il fronte della guerra e quando vide gli americani arrivare, vide un soldato di colore e si spaventò a tal punto da perdere la parola. Fu ridata indietro perché “difettosa” ma poi, ripresasi dallo shock, fu data stavolta in adozione a una famiglia benestante di Parma.
Purtroppo la fortuna spesso è molto cieca e mi madre si ammalò di poliomielite e allora la famiglia benestante parmense restituì, ancora una volta, il giocattolo rotto.
Fortunatamente poi mi madre guarì e fu poi riconosciuta da mio nonno e poi, appena adulta si sposò e visse felice e contenta con mio padre.
Finita la guerra e con la nascita della Repubblica si cercò di mettere mano a queste “storture” che una volta pareva la normalità, per lo meno, era percepita come tale.
Siamo nel campo definito “sociale”, il così detto Welfare di cui fa parte l’assistenza ai minori. la nuova Costituzione Italiana ha cercato di prevenire lo sfruttamento minorile e cercato di tutelare quello che dovrebbe essere il bene più prezioso di una nazione. l’art. 31 della Costituzione recita: “La Repubblica protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo”.
Oggi sappiamo che non è bastata e la “sacra Bibbia” dello Stato italiano e tutte le leggi dalla quale discendono. Continuano le “storture” e una moltitudine di violazioni e scandali negli ultimi decenni sono diventati sempre più visibili solo grazie a internet e i social. Prima, fatti come il Mugello, Val d’ Enza e Bibbiano, erano comunque all’ordine del giorno ma sotto il “tappeto” dell’ignoranza e della omertà.
Nonostante siano sempre più frequenti le apparizioni di fatti del genere, oggi ci si stupisce della Famiglia del Bosco della coppia Nadia e Harald di Arezzo a cui sono stati strappati i figli da agenti in tenuta anti sommossa e altri ancora. Figli sottratti con procedure spesso illegittime a famiglie amorose e che spariscono per mesi in “case protette” e occultati inspiegabilmente ai genitori.
Ho conosciuto Federico Scotta, un martire della depravata gestione degli assistenti sociali e tribunale dei minori della Val d’Enza emiliana e ho parlato con la irriducibile grande avvocatessa Micai che l’ha difeso. Uno strazio che ha relegato un innocente per undici anni in galera senza avere il proscioglimento pur con una sentenza che “il fatto non sussiste”: quasi una vendetta dei Giudici e PM reggiani che non hanno voluto ammettere l’errore e il riconoscimento dei danni subiti da Federico per una vita distrutta e una famiglia disgregata tra adozioni illecite, false accuse.
Bibbiano con 500 bambini sequestrati dagli assistenti sociali e poi, dopo poco più di un anno, restituiti TUTTI alle famiglie. I giudici completamente illesi nella carriera e gli assistenti sociali con un buffetto e con il deus ex machina con 4 anni di carcere ma poi assolto con rito abbreviato dalla Corte di Appello di Bologna perché il fatto non sussiste (?) E i 500 bambini perché allora riportati alle famiglie dopo lo scoppio dello scandalo?
Dopo 90 anni dai fatti di mia madre siamo ancora qui; con la gente che sapeva e che sa, con il vicino di casa che chiude le finestre sapendo cosa succede ai suoi vicini e amici: l’importante e che non succeda a noi…ma poi c’ indigniamo su Facebook e su Istagram. Su Tick Tock una pletora di psicologi le cui giuste indignazioni riportiamo e replichiamo.
In mezzo a mugugni, proteste sui post e articoli indignati, solo qualche domanda ottusa del tipo” ma se l’hanno fatto ci sarà un motivo, eh?
Persino il Governo si scomoda ma niente, la macchina burocratica mossa dai “difensori della legge” che viene reiteratamente violata proprio da loro, schiaccia migliaia di famiglie inermi contro un muro di gomma.
E noi? Il popolo buono del “volemoce bene” e del “bambino non si tocca?
Protestiamo dietro una tastiera di un pc o di un telefonino e lasciamo che la “legge faccia il suo corso” facendo passare mesi, anni sulle spalle di poveri bambini che stavano bene con i loro genitori che si sarebbero tagliati un braccio pur di evitargli questi dolori.
I Magistrati, ancora più forti di prima dopo l’ultimo referendum in cui, una seppur scarsa maggioranza popolare sancisce di fatto l’impunibilità di questi “servitori dello Stato”, proseguono con calma flemmatica a convocare periti di parte, valutare, richiedere altre perizie, mentre i bambini si chiudono dentro il loro dolore che traccia cicatrici indelebili, che si porteranno dietro tutta la vita, e predispone individui che in futuro non potranno che odiare le istituzioni.
Ma la domanda rimane: siamo sicuri che in tutto questo il denaro non c’entri?
Il “comodato d’uso” dei vecchi tempi era veramente gratuito? No, il pagamento era fatto sotto forma di “donazione”.
E oggi? Oggi lo Stato riconosce alle “case protette” dai 90 ai 180€ al giorno per bambino accolto, in certi casi anche più. Perizie psichiatriche di 96 a 387 € /cad.
Se moltiplichiamo queste cifre per 35.000 bambini italiani più 12.000 stranieri “accolti” presso questi istituti, diventano un bel giro d’ affari.
A pensar male…
Ma poi, alla fine di tutto, noi, siamo così buoni o siamo dei gran menefreghisti che cercano di farsi sempre i fatti propri vivendo in continua speranza?
Massimo Gardelli
