Il design al servizio del sociale
Il design non riguarda solo l’estetica, ma svolge anche una funzione sociale. Sia gli spazi che gli oggetti influenzano il nostro modo di vivere: ad esempio, la forma o la disposizione delle panchine può cambiare la percezione di un luogo e il modo in cui le persone lo utilizzano.
Lo stesso principio vale per oggetti semplici ma fondamentali. In alcune aree povere del mondo, ad esempio, sono state sviluppate clip chirurgiche stampate in 3D per chiudere il cordone ombelicale, riducendo il rischio di infezioni dopo il parto.
Ma le applicazioni del design sociale non si fermano qui. Esistono, per esempio, giubbotti salvagente progettati appositamente per le madri migranti soccorse in mare: questi dispositivi tengono conto anche della sicurezza dei neonati, che spesso rischiano di scivolare dai giubbotti tradizionali.
Gli oggetti, quindi, non sono solo funzionali o belli, ma rispondono a bisogni concreti della società, mettendo l’estetica al servizio della comunità. Negli ultimi quindici anni, il design è diventato uno degli strumenti principali della social innovation, contribuendo a migliorare la vita delle persone.
Un esempio significativo è quello di un designer che, grazie a una campagna di crowdfunding, ha progettato e distribuito culle di emergenza per madri in fuga, poi inviate nei campi profughi.
Molti di questi progetti sono stati realizzati proprio grazie a raccolte fondi, dimostrando quanto sia importante la collaborazione tra persone, creatività e tecnologia.
Anche nel mondo universitario emergono idee innovative: alcune studentesse hanno progettato oggetti semplici ma estremamente utili, capaci addirittura di salvare vite.
Oggi il design sociale si applica sia alla creazione di piccoli oggetti sia alla riqualificazione di grandi aree urbane abbandonate. Non è più solo una disciplina, ma un vero e proprio metodo: uno strumento che unisce economia, tecnologia e creatività per costruire soluzioni concrete e rendere il mondo migliore.
Paola Copertino
