I liberali autoritari
Massimo d’Azeglio nel 1861, all’indomani della proclamazione dell’Unità d’Italia dichiara apertamente “abbiamo fatto l’Italia, adesso bisogna fare gli italiani”. Frase che fin da bambini ci hanno propinato per distinguere la ottenuta unitarietà della legislazione, del Parlamento, della moneta (realizzata qualche anno dopo), … cioè delle Istituzioni dalla unità effettiva che rimaneva -come ancor è- da fare. Un po’ come accusare i cittadini di arretratezza se non di resistenza alla modernità consistente nella unità della nazione. Unità degli italiani che per i “liberali” storici era secondaria rispetto a quella istituzionale un po’ come oggi la esistenza della Commissione Europea è cosa più importante delle diversità tra gli europei che sono presentate come un dettaglio da sistemare con le buone o con le cattive. In concreto immaginava il deputato torinese, (già Presidente del Consiglio e quindi autorevole esponente dei “liberali” responsabili della politica espansionista materializzatasi nella proclamazione della Unità) una specie di genocidio culturale a danno delle popolazioni della Penisola per uniformarle ad un modello unitario. Una concezione “strana” per un liberale che poi si materializzerà nella politica di uniformizzazione nazionale della lingua (si scelse il dialetto delle colline senesi utilizzato da Dante), della cultura propinata nelle scuole (Manzoni anziché Croce o i latini), dei media (giornali e televisioni a trazione settentrionale), esproprio delle riserve auree e di interi sistemi bancari meridionali per uniformare le modalità gestionali, … e mille altri sistemi culminati nei metodi fascisti, tutti intesi alla eradicazione di ogni identità locale. Poi la mondializzazione succeduta alla radicalizzazione ed estremizzazione dell’ideologia liberale ha inventato ed introdotto la uniformizzazione planetaria delle culture attorno ai social e ai media planetari.
Dopo un secolo e mezzo le identità non solo non sono sparite ma si sono approfondite. Inoltre appare offensivo della stessa dignità del singolo cittadino e delle comunità in cui opera pensare ad un appiattimento culturale nazionale, continentale o planetario in ossequio solo alle imprese (ormai divenute sostitutive delle Istituzioni pubbliche democratiche tradizionali) attrezzate per influenzare l’intero pianeta.
Quindi la attualità di quel tentativo di genocidio identitario ingenuamente proposto dal quel deputato torinese è forse il punto focale della èra aperta con il nuovo millennio. Il futuro sarà fatto di mille e mille piccole identità in dissidio o collaborazione tra loro oppure sarà di pochi grandi conglomerati di stati forti di tecnologie e armi distruttive capaci di fare molto male? La Pace e la pacifica convivenza saranno più probabili con stati ed aziende grandi oppure con imprese piccole come accade in agricoltura, nell’artigianato, nel piccolo commercio, …?
Le guerre che stiamo vivendo non sono altro che il frutto prevedibile della dimensione degli stati che racchiudono in sé molte identità differenti tutte soggiogate ad interessi “superiori”, cioè quelli dei capi e loro clienti. Stati che essendo grandi possono fare grande male nelle guerre mentre il conflitto tra stati piccoli sono roba da operetta a confronto delle guerre tra grandi.
Noi diciamo che è evidente che questa politica di genocidio sistematico delle identità locali è certamente espressione di un’arretratezza culturale barbarica specifica di popolazioni eredi delle culture tribali fiorite nel nord Europa a seguito della caduta dell’Impero romano e alla instaurazione del sistema medioevale quanto meno autoritario come si addiceva ai sistemi tribali preesistenti. Ma oggi la barbarizzazione portata avanti dal globalismo delle multinazionali che tutto compera non soddisfa più nessuno. Le religioni intese come simbolismo e ritualità portano a conflitti tra esse mentre la convergenza nei magisteri e, primo fra tutti, la pacifica convivenza nel dialogo e quindi la estraneità ai conflitti voluti dai capi, è un elemento unitivo. Tenersi fuori da questi conflitti voluti da pochi è l’unica risposta che possa tenere unite tutte le minoranze di ogni fede religiosa. La differenza dei simboli politici e religiosi si sta superando e si può superare attraverso la unitarietà della nuova anche se originaria “teologia” della pace. Questa modernità della maniera di essere delle religioni è l’unica ancora di salvezza per le moltitudini esposte ai rigori delle tecnologie che, gettando la maschera, mostrano il loro aspetto più vero quando si scatenano per uccidere sopra e a dispetto di ogni regola perfezionata nei secoli.
Questo momento è quello nel quale si decide come sarà il futuro: da un lato la frase di d’Azeglio che dicendosi “liberale” rappresenta la prepotenza del potere sulla gente e sulla sua cultura e dignità; dall’altro la gente di ogni parte del mondo che vorrebbe essere libera di vivere secondo la propria indole e in pace senza essere indotta ad odiare e uccidere gente sconosciuta per scopi “alti” o “giusti” ma estranei alla propria identità.
Da questa dualità deve uscire il futuro della umanità; non sarà agevole.
Canio Trione
