Pirati di ieri e di oggi

 La pirateria ho origini antichissime, nel Mediterraneo i più famosi furono i fenici, gli etruschi, gli illiri e gli uscocchi. Tutti quando navigavano e incontravano una nave o una città costiera, se era indifesa la assalivano, se invece era più forte di loro si trasformavano in commercianti.

   Era un’attività redditizia e Filippo di Macedonia, il padre di Alessandro Magno, esercitò la pirateria abbastanza tempo per diventare ricco e finanziare la conquista del regno.

   Quando i galeoni spagnoli iniziarono a portare in Spagna l’oro e l’argento depredato nelle Americhe i marinai olandesi, francesi e inglesi iniziarono ad abbordare le navi spagnole per derubarle del depredato.

   Tutte le leggi del mare hanno sempre proibito la pirateria ma siccome l’attività era florida la corona inglese iniziò ad emettere Lettere di Corsa con le quali permetteva a privati di attaccare e derubare le navi nemiche. Chi era in possesso di tale Lettera era chiamato Corsaro e, in caso di cattura, non poteva essere impiccato immediatamente come pirata ma era considerato un prigioniero militare. In cambio della protezione reale il bottino era diviso tra i governanti e i corsari.

   In pratica: i pirati lavoravano per conto proprio mentre i corsari conto terzi.

    Per un paio di secoli i pirati dei Caraibi trovarono rifugio nell’isola de la Tortuga fondando una loro confraternita democratica che non solo organizzava spedizioni di conquista ma riconosceva indennità e pensione ai pirati feriti o anziani. Alla Tortuga compravano la carne fornita dai provetti cacciatori di bovini dell’isola di Haiti che erano maestri nell’arte di affumicare le prede. Dal francese bucaner = affumicare, questi cacciatori erano detti Bucanieri e a volte erano imbarcati dai pirati come tiratori scelti.

    Mezzo secolo fa la pirateria era quasi estinta quando riapparve lungo le coste somale. Dopo millenni di attività i pescatori locali si erano trovati improvvisamente senza pesce per nutrire le famiglie. Il pesce al largo era stato catturato dalle navi fattoria delle grandi compagnie pescherecce e quello vicino a costa era morto per le radiazioni fuoriuscite dai fusti di materiale radioattivo sui quali stava indagando la reporter della Rai Ilaria Alpi.

   A questi attacchi sporadici seguì l’organizzazione di un sistema che migliorò le azioni piratesche non solo fornendo gommoni veloci e armi ma informava i pirati somali della posizione esatta e delle rotte delle navi da catturare. Alla cattura seguiva il riscatto incassato da una società con sede nella City di Londra e da questa una parte infinitesima tornava ai pirati somali.

    Una quindicina d’anni fa ecco apparire nel Mediterraneo una nuova forma di pirateria organizzata dal sedicente Stato di Israele che, non essendosi mai dato dei confini fisici, è probabilmente convinto di non averne e di potersi comportare come se tutta la terra e i mari fossero suoi.

   Nel 2008, dopo aver preteso il possesso della Striscia di Gaza, iniziò una forma di moderno genocidio degli abitanti ai quali furono chiusi i contatti col resto del mondo condannandoli alla morte per fame e malattie. Spinti dalle più elementari forme di umanità nel 2010 partì dalla Turchia la Mavi Marmara, una nave carica di cibo e medicinali per la popolazione di Gaza. In alto mare intervennero le forse speciali israeliani che attaccarono la nave uccidendo nove persone più una decima morta ancora in coma quattro anni dopo.

     Una nave non è solo un qualcosa che galleggia nel mare ma è una parte del territorio dello stato cui appartiene in base alla bandiera che ha a poppa. L’intervento armato sionista quindi non fu solo un atto di pirateria ad una nave isolata ma fu un vero e proprio attacco alla Turchia che per anni chiuse i rapporti diplomatici e commerciali con Tel Aviv.

    Passano gli anni, Gaza è sempre là e gli israeliani hanno deciso di darle il colpo di grazia. Costi quel che costi quella striscia di terra sul mare deve diventare loro, anche perché al largo c’è un enorme giacimento di petrolio e gas il cui sfruttamento ripagherebbe tutti i costi di un’operazione di eliminazione dei palestinesi di Gaza. A questo punto l’intervento del biondo presidente Usa ha messo le cose a posto: grazie al genero, ebreo sionista e immobiliarista, ha deciso che Gaza deve diventare non più una terra di poveri palestinesi ma un centro di villeggiatura per ricchi e ricchissimi con infrastrutture all’avanguardia. Ovvio che è difficile dare inizio ai lavori finché continuano ad esservi dei palestinesi e quindi, dopo aver annunciato ufficialmente la pace, il piano di espulsione si è tradotto nella eliminazione dei palestinesi non solo con le armi ma anche per fame e malattie. Cibo e medicinali non possono entrare nella Striscia mentre l’acqua dei pozzi è stata contaminata.

    Nell’autunno 2025 è partita dalla Spagna la Global Sumud Flotilla, un convoglio umanitario di circa quaranta imbarcazioni civili, con attivisti provenienti da oltre quaranta paesi, per forzare il blocco navale israeliano della Striscia di Gaza. Le forze armate sioniste hanno intercettato le barche in acque internazionali e le hanno rubate. Gli equipaggi sono stati incarcerati, hanno subito violenze e infine sono stati rilasciati.

    Grazie al lavoro dei volontari di tre organizzazioni, Thousand Madleens to Gaza, Global Sumud Flotilla e Freedom Flotilla Coalition, e all’aiuto di centinaia di migliaia di persone di tutto il mondo, il 15 aprile scorso è partita da Barcellona una nuova Flottiglia composta massimamente da imbarcazioni a vela lunghe circa 15 m. con a bordo di ognuna tre persone di equipaggio.

   Per partecipare a questa Flottiglia sono state selezionate 500 persone scelte tra le 26.000 che si erano proposte. Ventiseimila persone che, liberandosi dal senso di impotenza, dalla disperazione, dalla paura, dalla sensazione di essere piccoli e irrilevanti, ha acquisito una nuova consapevolezza, ha iniziato a credere in sé e ad agire indipendentemente da quanto programmato dai propri Stati di appartenenza.

    Arricchita di altre imbarcazioni provenienti dalla Francia, dall’Italia e dalla Croazia la Flottiglia di 52 imbarcazioni è partita dalla Sicilia diretta a Gaza. Alle ore 06:00 del 30 aprile, mentre erano in navigazione in acque internazionali ad Ovest di Creta, 22 delle 52 imbarcazioni sono state attaccate da mezzi veloci della marina israeliana. Parte degli equipaggi è stata trasferita a Creta mentre alcuni uomini sono stati portati in Israele.

    Di fronte all’attacco in alto mare e al rapimento di cittadini il cui unico obiettivo era l’apertura di un corridoio umanitario per soccorrere i milioni di persone che ancora sopravvivono a Gaza, l’atteggiamento delle autorità italiane ed europee è stato molto tiepido. Come in altre occasioni si è dimostrato che il regime terrorista d’Israele pretenda di avere il dominio inconstrastato su tutto il Mediterraneo e che governi pusillanimi come il nostro fingono di non vedere che Israele è il moderno pirata del Mediterraneo.

    Alla pirateria di casa nostra fa eco il nuovo Pirata dei Caraibi, il Presidente Usa D. Trump, che il 30 aprile ha spiegato ai partecipanti al Forum Club di Palm Beach che “…[quando avvistiamo una nave diretta a Cuba o del Venezuela] arriviamo a cinque miglia, gli ordiniamo di fermare la nave e lasciare la sala macchine, saliamo a bordo, li imprigioniamo, sequestriamo la nave e vendiamo il petrolio che trasporta. Siamo pirati. È semplice e si guadagnano tanti soldi”.

     Un adagio popolare dice “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”.

Finché questi pirati e assassini sono i nostri alleati, noi cosa siamo?

 

 

Di seguito la posizione delle imbarcazioni della Flottiglia al momento dell’abbordaggio dei pirati israeliani.