In quali mani è l’agricoltura italiana?

Apprendiamo da queste colonne che alcune associazioni di produttori agricoli plaudono al provvedimento governativo denominato “coltiva Italia”. Il plauso è così entusiastico da far supporre che il provvedimento sia stato “suggerito” se non scritto proprio da loro. Forse il miliardo ivi stanziato fa gola a qualcuno? Non lo sappiamo, ma non vediamo che ci sia di espansivo delle vendite in questo provvedimento. Anzi, balza agli occhi che non v’è nessuna parola sul crollo dei prezzi agricoli.

È questo che si vuole? Ma c’è di peggio: si pensa ancora alla espansione (finanziata anche con danari del contribuente) delle quantità prodotte laddove sono giacenti importanti derrate dell’anno scorso! Espansione da ottenere dell’offerta anziché della domanda promuovendo le colture industriali, iperintensive, fuori dai canoni del cibo italiano che ha meritato i noti riconoscimenti internazionali, ma perfette per la grande distribuzione che si ammanta dell’appeal del cibo italiano ma vende un prodotto massivo, più mangime per umani che delizie della tavola di cui l’intera umanità va fiera assieme a noi; colture iperintensive che certamente non possono essere considerate amiche dell’ambiente ma saccheggiatrici di terreni e acque e quindi si tratta di colture non certo agricole; colture intensive che portano -al massimo in un decennio- alla sostituzione del tradizionale cibo con il nuovo; aprendo la porta a varietà geneticamente modificate che così diverrebbero parte del “patrimonio immateriale dell’umanità’? Ma cosa stanno preparando? Temi che riguardano ogni prodotto agricolo dall’uva da tavola, al vino, al grano, alla frutta, alle olive…

 Il divieto per l’olio di oliva di consentire miscele strane intese a migliorare prodotti scadenti è certamente qualcosa di onesto verso il consumatore e verso il produttore ma ci si chiede:

a) come mai non sia stato fatto prima?

b) Si crede che così facendo la gente vedrà miracolosamente gonfiarsi il portafogli e quindi vedremo comperare l’olio a prezzi remunerativi?

c) si crede veramente che la GDO non andrà in giro per il mondo a cercare prodotti simili più a buon mercato?

d) L’olio più scadente italiano che fine fa?

e) Chi sopporterà una tale perdita economica?

f) I controlli elettronici e scientifici paventati quanto costano?

g) E non si pensa che trasformare questo mercato in una caserma potrebbe avere un costo enorme per tutti?

h) chi, a che prezzo e con quali soldi potrà acquistare le nuove olive prodotte quest’anno senza vendere a prezzi remunerativi quello vecchio? 

Una ridda di domande evidentemente totalmente ignote all’estensore del provvedimento magnificato dalle Associazioni dei produttori che, a loro volta, non possono non sapere che esistono tali drammatiche domande. Quindi tutti gli interrogativi possono unificarsi in uno solo: non è che si devono cambiare gli uomini che vorrebbero rappresentare l’agricoltura? 

Canio Trione