Mio padre mi disse

Negli anni ’70/80 la mia famiglia ed io vivevamo a Ravenna. Ai tempi era una località ibrida tra paesone e cittadina che stava crescendo celermente. Io ero una ragazzo e come tale le mie esigenze erano differenti da quelle economiche/lavorative; c’era lo studio, qualche lavoretto estivo che mi finanziasse il divertimento e poco altro. La socialità era limitata a pochi bar del centro e qualche cinema, ma i locali per i giovani erano tutti sulla Riviera Adriatica; dalla vicina Marina di Ravenna e Lido Adriano, alle più famose e distanti Milano Marittima, Rimini etc. In questo mio girovagare con i motocicli (I “mutor”) sempre più potenti, mi rendevo conto dei limiti che Ravenna aveva ai tempi; ancor più per il fatto che, essendo bolognese, andavo spesso dai nonni nella mia città natia e poi, frequentando l’università della “dotta”, ebbi la conferma di quanto intuito. In una chiacchierata con mio padre, esternai la mia frustrazione nel constatare l’isolazionismo e la scarsa ambizione dei ravennati di allora nel rendere la propria cittadina più accogliente e “vivace” e non solo per i giovani.

Il motto locale di allora era  e va pu’ be’ (va pur bene); mai avrei pensato di constatare che questa approccio riduzionista non era un problema locale ma una degenerazione che stava contagiando tutta la Penisola e le sue meravigliose isole. Il degrado continuo, la perdita progressiva del decoro e della educazione più elementare stava già sgretolando l’identità di un popolo che un tempo trovava normale e un dovere spazzare davanti alla porta d’ingresso sui marciapiedi e raccogliere un pezzo di carta sulla strada. Mio padre mi rispose: se studi la storia e la geografia capisci anche il perché. Quali sono le differenze tra Ravenna e Bologna, Cesena, Rimini? Ravenna è collegata a Bologna con la Via San Vitale, nata come strada romana per rifornire il porto militare romano di Classe; lì transitavano le derrate alimentari e i rifornimenti militari per le truppe. L’economia locale era l’indotto dei militari presenti e basta. Dall’altro lato la Via Aemilia (Emilia) era una strada dove si sviluppava il commercio; già duemila anni fa si potevano incontrare personaggi dell’Asia, dell’Africa e dei Balcani. Lo sviluppo commerciale è uno stimolo culturale ben diverso da quello militare. Questa chiacchierata illuminante mi ha accompagnato tutta la vita e quando da adulto ebbi un incarico da parte dell’Assonautica/UnionCamere di Commercio, me ne resi ancora più conto grazie anche a una Fiera del Mediterraneo a Palermo incontrando un simpatico Ministro del turismo Tunisino; lui stesso mi raccontò entusiasta di realtà che a malapena conoscevo: L’ASCAME (Association of the Mediterranean Chambers of Commerce and Industry) che riunisce più di 300 Camere di Commercio e Industria di vari Paesi confinanti con le acque dove è nata la civiltà da cui discendiamo. L’altro giorno, parlando con l’amico nonché redattore e mentore del giornale in cui da anni pubblico articoli, sempre con la mia eterna frustrazione confidai un pensiero elementare: Scusa un pop’, ma è mai possibile che i governi e specialmente il nostro, non capiscano che il miglior deterrente alle guerre non è certamente la bomba atomica o un idiota e suicida riarmo, bensì lo sviluppo del commercio tra Paesi? Chi sarebbe il pazzo che dichiara guerra a un suo partner commerciale e quindi cliente/fornitore fondamentale per la sua economia? L’Italia, oltre a essere una portaerei, è soprattutto un ponte nel Mediterraneo tra civiltà, possibile che non ce ne rendiamo realmente conto? Mi ha risposto con una domanda: lo sai Massimo chi è stato il primo a sostenere questa tua teoria? Un certo Antonio Genovesi che nel 1765 ebbe la prima cattedra al mondo di Economia, chiamata ufficialmente Commercio e Meccanica. Con la sua opera principale, “lezione di Economia o sia di Economia Civile” pubblicata nel 1765, sosteneva proprio questa tesi.

Ancora una volta un italiano illuminato e poi dimenticato per primo dal suo stesso Paese. Conscio di aver scoperto l’acqua calda, questa informazione mi ha reso comunque orgoglioso di aver interpretato, benché oltre 250 anni dopo, un pensiero di uno dei padri dell’illuminismo italiano. Tutto questo dove ci porta? A me vengono in mente alcune riflessioni:

a) La scuola attuale sta continuamente perdendo i presupposti per cui è nata, ovvero, non il nozionismo, ma lo stimolo alla capacità critica e delle capacità di apprendimento. Mio padre me l’ha dimostrato: diplomato all’Istituto tecnico di Bologna (ITI) come perito chimico industriale nel 1953, ha avuto una intuizione che io, licenziato al liceo Scientifico di Ravenna 20 anni dopo e con 8 in storia e filosofia, non ho avuto. A parte il cervello dell’individuo che differisce in capacità e potenzialità fin dalla nascita e che sicuramente ha una parte importante, le materie umanistiche hanno sempre avuto un ruolo fondamentale per le capacità di analisi e critiche, ma sono sempre state sempre più cancellate dalla formazione dei giovani e, mentre negli anni 40/50 negli Istituti Tecnici si studiava il latino, ora neanche nei Licei si studia seriamente storia, geografia e filosofia; i risultati li abbiamo davanti agli occhi, a cominciare dai nostri governanti.

b) In quest’epoca distopica dove le informazioni vengono continuamente manipolate e stravolte per sostenere l’insostenibile, l’ennesima corsa agli armamenti è un’altra prova inconfutabile, non solo della idiozia umana, ma dell’ignoranza culturale, o della malafede, di chi ci governa; e non parlo certamente solo dell’Italia. L’aggravante è un popolo che sta perdendo sempre più la capacità critica di capire e discernere tra verità e manipolazione.

c) Che strumenti come l’ASCAME, che esistono da decenni, prima ancora che si parlasse di Unione Europea, non sono mai stati utilizzati con efficienza ma diventati molto spesso una delle occasioni perdute come l’ONU, UNCTAD (Commercio e Sviluppo), FAO (agricoltura), WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) e tante altre ancora, è un fatto ineludibile. Enti con costi mostruosi che sono diventati per lo più un ennesimo contenitore di scambio di voti, o peggio, che producono l’esatto opposto dell’obiettivo per cui sono nati

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L’ultima domanda, sicuramente retorica, che mi pongo è la seguente: Perché l’uomo, essere intelligente che inventa cose fantastiche quale la fusione nucleare, la prima idea che sviluppa è la bomba atomica e non l’energia pulita? 

Massimo Gardelli