L’ho chiesto alle stelle

L’ho chiesto alle stellePubblicato dalla casa editrice romana L’Erudita, L’ho chiesto alle stelle di Barbara Buttiglione, scrittrice barese alla sua seconda prova autorale, rientra nel genere “romance”, o romanzo rosa, considerato da sempre un genere di intrattenimento, ingiustamente bistrattato e sottovalutato, nonostante le affermate penne che ne hanno tratteggiato con sensibilità e fantasia ogni sfumatura. Basti pensare a Liala, Delly e Barbara Cartland.

Restando aderente alle linee architettoniche di base del genere, Barbara Buttiglione delinea con nettezza i suoi personaggi, inquadrandoli in un preciso periodo storico, quello della Londra vittoriana del 1885, all’indomani della stipula del trattato di amicizia anglo-giapponese. La scelta del periodo non è casuale, essendo l’Autrice esperta e appassionata di cultura giapponese e letteratura inglese.

Giappone e Inghilterra, due nazioni insulari con evidenti affinità storico-culturali, governati dalla monarchia parlamentare, caratterizzati entrambi dall’autodisciplina, dalla riservatezza dei modi e dalla correttezza nell’ambito delle relazioni sociali, fanno da sfondo alla narrazione.

Le vicende storiche, pur rimanendo in secondo piano, influenzano le vite dei personaggi, tanto da portarli chi in Italia e chi in Birmania.

Nell’era vittoriana, caratterizzata da grandi cambiamenti sociali, economici e tecnologici (è l’era della rivoluzione industriale), Madame Le Fleur, maîtresse di una prestigiosa casa di appuntamenti, si trova un giorno ad accogliere una strana ed originale creatura orientale, la geisha Mizuko, che le chiede ospitalità.

Mizuko, donna affascinante, simile ad “una cascata fresca e travolgente d’acqua profumata, che avvolge e travolge bruciando la pelle, entrando fin nelle ossa, cambiando per sempre la natura” di chi ne è sopraffatto, bella tanto che “una granata che esplode a qualche metro di distanza non lascia tanto intontiti”, si ritrova così a passare dall’okija Shima alla casa di piacere di Madame, che “non era di certo un bordello, ma una rispettabilissima casa di piacere per gentiluomini nobili e dignitosi, i quali, in rispetto alla rigida morale vittoriana, usavano navigare i mari del sesso solo lontano dalle decorose mura domestiche”.

Ed è qui che il suo destino incrocia quello di due commilitoni, il capitano Andrew Fairchild e il colonnello Victor Worthington, legati tra loro da profonda amicizia, ma divisi dalla comune fascinazione per la dolce Mizuko.

Di lei il colonnello dirà: “Donne così fanno ammalare gli uomini. Diventano una vera ossessione e ne mettono a rischio la sanità mentale e anche l’incolumità fisica”.

Di rimando, Mizuko, il cui nome vuol dire “figlia dell’acqua”, dice di sé: “Io sono i vostri morsi nel sonno, i vostri pugni stretti nella notte”.

Inevitabile si delinei il quadro di un legame karmico tra i protagonisti, una forte attrazione magnetica, un incontro generatore di magia, un uragano, una sorta di incantesimo inevitabile.

Al sentimento amoroso si mescolano in modo sofisticato vicende storiche vere e verosimili, intrighi e avventura. La venatura rosa si sfuma nel rosso della passione più indomita, specie grazie all’intraprendenza sorprendente di Mizuko, la quale non subisce la storia, il destino, ma contribuisce a costruirla con l’aiuto delle stelle.

Le stelle in questione sono Vega e Altair, equivalenti delle divinità giapponesi Orihime e Hikobashi, amanti separati dalla Via Lattea, che possono incontrarsi solo una volta l’anno, il settimo giorno del settimo mese del calendario lunisolare: è la festa di Tanabata, in occasione della quale la gente affida i propri desideri a strisce di carta colorate appese agli alberi, i tanzaku. Così come farà la nostra Mizuko.

Lo stile è elegante e sensuale. La struttura della trama è semplice, facile alla lettura, caratterizzata da periodi brevi e scene descrittive mai esageratamente ampollose e articolate.

Non manca la cura per i dettagli da parte dell’Autrice, capace di trasformare un boudoir britannico in una “cha shitzu”, la stanza da tè.

Obbedendo alle regole del genere, Barbara Buttiglione mutua dalle fiabe il lieto fine, anche se a metà.

Mariella Medea Sivo